La rendita è finita: meno soldi alla politica, più asili

04 gen 2010

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In una intervista a La Repubblica Firenze, Enrico Rossi svela la nuova Toscana: riforme per imprese, università, mobilità.

[Intervista di Pietro Jozzelli - La Repubblica – Firenze, 3 gennaio 2009]

Reggetevi forte. Se questo uomo farà quel che dice, diciamo addio alla Toscana della mediazione politica e dell’equilibrio tra gli interessi dei cento campanili e tuffiamoci in una regione più aggressiva e dinamica: meno rendita e meno Disneyland, più competitività e più innovazione. Il messaggio è a tutti i naviganti: imprese, università, ceto politico, partecipate, enti locali, sindacati, donne, giovani, lavoratori. La rivoluzione di Enrico Rossi non ha ancora un colore, a meno che non gli si voglia dare quelli della sua squadra preferita: il nero e l’azzurro dell’Inter. Assessore alla sanità da quasi nove anni, gestisce migliaia di miliardi, va fiero dei conti in sostanziale pareggio e delle scelte che ha fatto. “E’ una delle migliori sanità in Italia, come ha riconosciuto Tremonti. Sono stato dalla parte della gente e ne vado fiero”. Occhi vividi e fisico asciutto, dicono abbia un carattere un po’ irascibile. Sta divorziando e ama ascoltare il rock raffinato e pacifista dei Doors. Non fuma da otto anni: smise quando varò il primo piano sanitario regionale. “Una questione di coerenza” dice. Si è laureato in filosofia con una tesi su Agnes Heller, marxista kantiana.

Va a vela sul suo gozzo di legno e alla domanda: sa quanto costa un litro di latte, risponde: «Non bevo latte». Per tre mesi è stato zitto e rispettoso del ruolo di Martini, oggi apre la campagna elettorale, ha un sito enricorossipresidente.it. Unico candidato del centrosinistra (brutto non aver fatto le primarie, ma vedendo cosa succede in Puglia, meglio così) dice a Rifondazione, Sinistra e libertà e Udc di sedersi al tavolo del programma e decidere se ci vogliono stare o no, vuole avere cinque uomini e cinque donne come assessori (“tutte le mie nomine, se sarò eletto, avranno questo requisito paritario”) anche se i candidati che si sentono già nominati sono almeno venti. Negli ultimi giorni, quando il Serchio ha dato di fuori e il lago di Puccini minacciava di tracimare, si è presentato come l’uomo della Regione (per fortuna, non della Provvidenza) ed ha collaborato (e un po’ discusso) con Guido Bertolaso.

Assessore Rossi ma che ci fa l’uomo della sanità a controllare gli argini del Serchio?
«Sono pisano e candidato al vertice della regione. La gente così capirà che io mi occupo di problemi veri. Ho capito due cose: che bisogna verificare e certificare gli argini perché qualcuno mi deve spiegare perché il Serchio abbia rotto un argine quando filava dritto dritto e quando l’acqua non arrivava ai bordi. Secondo, la frequenza di questi eventi climatici – in una notte siamo passati da meno 11 a più 15 – imporrà stress ulteriori al territorio, perciò bisogna attrezzarsi in un altro modo, comuni, province, regioni devono coordinarsi diversamente. La Regione non può fare tutto da sola: abbiamo dato 50 milioni per il Serchio ma il governo taglia i fondi».

Molte funzioni di tutela del territorio sono decentrate, i Comuni sono l’ultima istanza decisionale.
«E’ fondamentale il modo in cui si concepisce il territorio. Meno urbanizzazione e più riuso del territorio sono un modo per evitare anche le calamità. Ed è il presupposto, in una regione a cui tutti chiedono sempre di più in termini di tutela, per fondare un nuovo sviluppo. Non sono d’accordo con quegli ambientalisti che dicono sempre no a tutto. Commettono un errore: bloccano la crescita, aprono spazi alla rendita. La maggior parte degli investimenti in Toscana sono concentrati nel settore immobiliare e finanziario. Io penso invece che il nostro territorio debba attrarre investimenti in industrie ad alto valore aggiunto, nel settore manifatturiero e dei servizi. Ho detto: riuso del territorio, non assalto al territorio non urbanizzato. Il caso Electrolux o l’affermazione del settore biomedico sono emblematici. Ma è importante affrontare con coraggio anche i casi di Livorno, di Rosignano, di Piombino: un’industria avanzata si basa sulla bonifica e il riuso del territorio, sull’impiego di energie rinnovabili, sulla creazione di centri di ricerca legati alle università, su un’industria energetica moderna che sia essa stessa motore di sviluppo».

E’ favorevole o no al nucleare?
«Contrario, troppi rischi, una tecnologia in ritardo: spendiamo ora avremo risultati tra 20 anni».

Rispetto a Martini: si considera uno che volta pagina o che continua?
«Le idee di fondo sono le stesse, ora serve una accelerazione, quello che Martini ha fatto nell’ultimo anno affrontando la crisi economica».

La crisi in Toscana ha queste cifre: nel 2009 prodotto il 5% in meno di ricchezza, 40.000 lavoratori in cassa integrazione perderanno quest’anno il contributo. Lei che farà?
«Quei 40.000 fanno parte di un esercito di 150.000 colpiti a vario titolo dalla crisi. E’ l’argomento, come ha detto il presidente Napolitano, a cui dobbiamo dedicare tutte le nostre forze. Al governo nazionale spetta di allungare gli ammortizzatori o varare nuove misure di sostegno. Alla regione di utilizzare tutti i contributi europei per finanziare la formazione necessaria a rioccupare quei lavoratori».

Lei sta definendo un ruolo nuovo per la Regione, meno mediatrice tra istanze territoriali, più interventista e protagonista di un meccanismo di sviluppo.
«Se un imprenditore va in Spagna o in Francia per aprire una attività, ottiene in sei mesi non solo i permessi necessari ma anche le indicazioni territoriali dove è più auspicabile l’insediamento. Da noi per avere una licenza servono almeno tre anni. Basta. Io voglio individuare quattro, cinque aree industriali in cui sia possibile creare una stretta governance tra comune, provincia e regione diretta a velocizzare gli insediamenti industriali e ad attirare investimenti. Penso all’area di Prato, a quella che collega il porto e l’interporto di Livorno: accordo di programma, sportello unico, energia a prezzi più economici. Siamo una regione di 3,5 milioni di abitanti: una città medio-grande europea, una città medio-piccola su scala mondiale. Se non ci inventiamo risposte e cioè strumenti eccezionali alla crisi eccezionale che attraversiamo, chissà dove andremo a finire. Vede, la Lombardia potrà sempre contare sul suo dinamismo industriale, il Veneto sul lavoro instancabile delle sue piccole e medie imprese. Da noi, lo sviluppo non può non basarsi su politiche istituzionali. Per questo serve una regione che indichi la strada e abbia i mezzi per farlo».

Lei ha favorito l’accordo finanziario regione-università. Ma molti professori temono per l’autonomia della ricerca…
«Sono allibito. Il politecnico di Torino e quello di Milano stanno stringendo accordi di aggregazione per conquistare i finanziamenti europei. Se le nostre tre università non creeranno un sistema integrato, con quali soldi andranno avanti? I nostri atenei hanno tutti e tre la chirurgia della mano, ma ora dovremo scegliere dove fare la scuola che sarà una. Se non si realizza questa integrazione, la chirurgia della mano i toscani la faranno a Milano. Lo stesso vale per tante facoltà universitarie. Se il sistema universitario si riforma, noi siamo disposti a mettere finanziamenti: e, mi creda, la ricerca la decideranno i professori. Cosa diversa è il nostro interesse ai trasferimenti di ricerca: lì ci sono bandi specifici per ricerche con finalità applicative»

Che cosa pensa di Firenze capitale?
«Deve essere così. Il problema è che a volte Firenze non ama la Toscana, a volte la Toscana non ama Firenze. Serve più generosità da parte di tutti e serve meno campanilismo. Non mi piace molto questo gran parlare dell’aeroporto di Bologna come scalo “toscano”. Abbiamo i nostri due aeroporti: sviluppiamoli nel rispetto ambientale. Per Peretola di discute su cinque piste, noi metteremo tutti i soggetti al tavolo e alla fine troveremo la migliore soluzione. Che si raccordi anche con Pisa».

Che pensa della bretella Barberino-Incisa?
«Penso che considerare l’Autosole come circonvallazione di Firenze alla fine non risolverà mai i problemi della mobilità. Firenze, se vuole sentirsi capitale, non può accettare un collegamento con Siena a binario unico non elettrificato o quel corridoio dell’Autopalio. O un collegamento con la costa che non sia quello moderno di una area metropolitana. Va discusso subito un piano della mobilità, servono idee forti, finanziamenti pubblici e privati, penso a finanziamenti internazionali. Ma poi: siamo sicuri che anche le tariffe non possano aiutare a velocizzare i collegamenti tra Firenze e la costa? Noi non possiamo più permetterci una situazione della mobilità al di sotto delle esigenze della nostra modernizzazione. Se non partiamo da qui non potremo fare quasi niente per ammodernare la regione».

Che cosa pensa della polverizzazione degli enti e delle partecipate?
«Penso che le forze politiche debbano essere chiamate a misurarsi con i nuovi problemi. Se la crisi ci ha fatto perdere il 5% della ricchezza, io chiedo che diminuisca il costo gestionale dell’apparato pubblico. Propongo di diminuire dell’1%: si libereranno risorse per fare asili nido. Si vuole questo o si vuole difendere le rendite di posizione?»

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