
Dopo l’emergenza, le reazioni e il dibattito sulla stampa
07 gen 2010
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Dopo l'emergenza e l'intervento di Rossi sul futuro della costa toscana, una bella conversazione sulle pagine de Il Tirreno. Ne diamo conto qui
[Dopo l'intervento di Enrico Rossi su economia, problemi e opportunità della costa toscana e l'emergenza maltempo seguita da vicino e in prima linea, il Tirreno ha aperto una tribuna in materia. Di seguito riportiamo la bella conversazione che si è sviluppata sull'argomento: è bello quando questo succede e importante darne visibilità. Buona lettura.]
LUNEDÌ, 04 GENNAIO 2010
Una gestione urbanistica che non pensa all’ambiente
di RENZO MOSCHINI
Sulle cause, responsabilità e danni delle recenti esondazioni le polemiche naturalmente si sprecano e continueranno. Su un punto l’accordo è pressoché totale; i finanziamenti sono da tempo del tutto inadeguati. Quando l’assessore provinciale pisano Valter Picchi dice che c’era un progetto pronto da 4 anni per una delle zone colpite ma i soldi no, si capisce quanto ciò sia vero.
Quando sentiamo il presidente Martini dire che la Regione Toscana per intervenire subito nelle zone sott’acqua dovrà stornare anche risorse destinate all’Arno è facile capire tra quali difficoltà sono costrette ad operare le amministrazioni locali e le regioni.
E tuttavia, sebbene sia questa una causa del ripetersi dei disastri ve ne sono altre su cui non sembra esservi altrettanta consapevolezza. Ha ragione chi parla di cemento facile su un territorio idreologicamente fragile ed esposto come il nostro. Ma anche qui non basta rifarsela con le strade “spaccamaremma” come denuncia Furio Colombo.
Perché – e per di più nel momento in cui si parla e si straparla di riforme e di di federalismo – sono così rari e sfuggenti i riferimenti a quell’assetto idrogeologico al quale abbiamo dedicato a suo tempo una legge importante e innovativa affidando alle autorità di bacino compiti di pianificazione e non di semplice manutenzione e controllo. L’Arno, il Serchio, il Magra hanno autorità preposte alla gestione degli ambienti fluviali in ambiti intercomunali, interprovinciali e interregionali. Una scala di intervento che va al di là di quelle comunali ed anche provinciali. L’idea della pianificazione ambientale di bacino scaturiva da questa semplice ma spesso dimenticata ragione.
La loro, ripeto, pianificazione è preposta non solo a mettere in sicurezza i fiumi ma a gestirli sulla base di una tutela ambientale complessiva come stabiliscono anche disposizioni comunitarie causa di sanzioni al nostro paese. Qualcuno ha detto che prima di fare le piste ciclabili sarebbe stato opportuno valutare la condizione degli argini. Anche per l’Arno quando si è annunciata una lunghissima pista ciclabile (non sappiamo se l’autorità di bacino ne sa qualcosa) si è detto che prima bisognerebbe valutare gli effetti che potrebbe avere.
Una gestione seria degli ambiti fluviali ha bisogno di soldi ma anche di idee, di una capacità di mettere in rete diverse e varie competenze in materia ambientale più e prima che urbanistica. A questo mirava la legge 183 manomessa alcuni anni fa nel silenzio generale e non solo di Bertolaso. L’intento fu di ricondurre il più possibile il volano di comando al ministero come poi è avvenuto anche per il paesaggio. Per le chiacchiere il federalismo va bene ma quando si tratta di gestire il territorio le regioni e il resto contano poco. La Finanziaria da poco approvata al comma 240 dice che per il risanamento ambientale sono destinati 1000 milioni di euro che saranno utilizzati sentite le autorità di bacino. Sentite e non d’intesa è la formula che piace tanto al governo in barba al decantato federalismo. Sono previsti anche accordi di programma con le regioni ma evidentemente vale sempre la formula del sentito. Ora il cemento facile che si è tornati giustamente a denunciare è anche il frutto di questa mortificazione degli strumenti di pianificazione messi da parte o lesionati per lasciare campo libero a gestioni urbanistiche che dell’ambiente se ne infischiano. Vale per la 183 ma anche per paesaggio e parchi.
Ecco perché anche la Toscana che come dice Settis ha sicuramente le carte più in regola di altri deve sapere ricondurre i suoi strumenti e progetti urbanistici a quel complesso di ‘invarianti ambientali’ a cominciare proprio dall’assetto idrogeologico che a differenza del regime urbanistico va ricondotto a dimensione e scale diverse e soprattutto a finalità diverse appunto ambientali. E questo non dipende da Copenaghen.
LUNEDÌ, 04 GENNAIO 2010
Non ci propini la favola dello sviluppo sostenibile
di FRANCESCO GESUALDI
Caro assessore Enrico Rossi, ho letto il suo messaggio ai toscani per il nuovo anno e le scrivo per esprimere il mio disaccordo.
Il suo messaggio parte col vecchio pensiero: la Toscana deve tornare a crescere. Poi, tornandole alla mente le immagini delle recenti alluvioni dovute anche al cambiamento climatico, si corregge: “Alla Toscana non serve uno sviluppo pur che sia, lo sviluppo che serve deve favorire la crescita senza distruggere le risorse naturali”. Insomma è la vecchia storiella dello sviluppo sostenibile, meglio rappresentata dal detto popolare “la botte piena e la moglie ubriaca”. Uno dei tanti trucchi linguistici, che la politica ha preso a prestito dalle strategie di marketing, per dare una verniciata di onorabilità alle peggiori nefandezze: le guerre trasformate in missioni di pace, le deportazioni razziali in operazioni umanitarie.
Proseguendo nella lettura del suo messaggio si capisce che la sua idea di sviluppo ha ben poco di sostenibile. Immagina una Toscana competitiva che fa le scarpe al porto di Rotterdam per attirare le merci di tipo globale, dimenticando che ogni grammo di merce che si muove per il mondo consuma petrolio e produce anidride carbonica. Immagina una Toscana sempre più tappezzata d’asfalto rubando territorio all’agricoltura e stimolando sempre di più l’affollamento di camion.
Immagina un distretto energetico che prevede un rigassificatore, dimenticando che anche il metano produce CO2 e che in caso d’incidente potrebbe emettere una tale potenza di fuoco da incenerire la costa. Magari immagina anche il potenziamento della geotermia sull’Amiata, ma lei sa che questa forma di sfruttamento energetico sta provocando seri problemi alle riserve di acqua.
E’ arrivato il tempo di riconoscere che se vogliamo rispettare la capacità di tenuta del pianeta, i suoi equilibri naturali, i suoi tempi di rinnovamento, dobbiamo rivedere in profondità non solo come produrre, ma anche cosa e quanto produrre. Non si può continuare a fare credere alla gente che è possibile ingrassare mangiando di meno.
E’ un inganno che non fa altro che peggiorare la nostra situazione. Per quanto nessun politico voglia accettare di farlo, è arrivato il tempo di dire alla gente che il tempo delle vacche grasse è finito, che crescita e sostenibilità non vanno d’accordo, che se vorremo avere un futuro, dovremo abituarci a disporre di meno energia, meno automobili, meno lussi, meno rifiuti. Altre priorità e altre parole d’ordine dovranno imporsi: sobrietà, difesa dei beni comuni, energia rinnovabile diffusa, economia a chilometri zero, prodotti durevoli e riparabili, condivisione di servizi e beni collettivi.
So che il passaggio da un’economia della crescita a un’economia della sazietà è un’operazione difficile non solo per i cambiamenti che impone negli stili di vita, ma soprattutto per le novità che comporta rispetto a temi come il lavoro e la gestione dell’economia pubblica. Nodi difficili da sciogliere perché non abbiamo elaborato un progetto di società che pur disponendo di meno sappia garantire a tutti il soddisfacimento dei bisogni fondamentali.
Ma la politica è lì per questo: per individuare i problemi e trovare le soluzioni. Una funzione che può svolgere solo se smette di fare lo struzzo e se esce dalla cortomiranza legata alla logica delle vittorie elettorali. Una politica lungimirante all’altezza delle sfide che il nostro tempo ci pone: ecco di cosa abbiamo bisogno. La maggioranza che si accinge a dirigere saprà fare questo passaggio?
LUNEDÌ, 04 GENNAIO 2010
Alluvione: se l’emergenza facesse scuola.
di ROBERTO BERNABÒ
C’è il bambino con gli stivaloni in gomma e la pala in mano in mezzo al fango; c’è l’argine del Serchio mangiato dall’onda di piena nel giorno di Natale e ricostruito il 31 dicembre; c’è l’autostrada a Migliarino, e le fabbriche e le case intorno, sommersa dall’acqua, da un lago improvviso che visto dall’alto è grande quanto il Massaciuccoli.
Sono le istantanee di una settimana orribile che raccontano del dolore ma anche della forza della gente comune di reagire; della capacità delle istituzioni di affrontare l’emergenza con un impegno eccezionale che ha evitato il peggio; e della scia mostruosa di danni che hanno colpito case, industrie, strade e che richiederanno centinaia di milioni di euro per tornare alla normalità.
In queste immagini c’è davvero la sintesi della straordinaria risposta di chi per spirito di solidarietà e di chi, tantissimi, per dovere – ma andando oltre orari, competenze, burocrazie – si è immerso nel fango in aiuto degli altri, ha lavorato senza un attimo di sosta, ha portato conforto e dimostrato competenza. C’è un patrimonio di umanità (e di esperienza) che è una straordinaria ricchezza di questo paese, un bene prezioso che resiste alla disgregazione politica e sociale che stiamo vivendo. Sottolinearlo è una gioia. Saperlo impiegare nell’ordinaria amministrazione, farne un obbiettivo della gestione quotidiana sarebbe un dovere di qualunque istituzione.
Un ruolo chiave, ragionando con la voglia di imparare la lezione per un futuro prossimo che purtroppo non sarà privo di altre calamità, va però riconosciuto alla Protezione civile. L’arrivo di Bertolaso e del suo vice è stato decisivo perché è riuscito a mettere insieme enti e strutture separati geograficamente e funzionalmente. Nell’immediato – e molti cittadini lo hanno gridato, così come i cronisti l’hanno verificato – non tutto ha funzionato al meglio: né nella segnalazione dell’emergenza né nella individuazione degli interventi urgenti, anzi urgentissimi. Ogni Provincia pareva andare per conto suo, con le proprie forze, senza un punto di coordinamento. Il pugno del duo Bertolaso – De Bernardinis ha fatto quello che la scarsa esperienza ed abitudine a coordinarsi avrebbe probabilmente impedito. La traccia da seguire è allora proprio questa: al di là delle belle parole sulle aree vaste, c’è davvero sempre più bisogno di gestioni unitarie, di concertazione degli interventi, di pianificazione complessiva. Anche perché la natura è indifferente ai confini delle Province e ai loro piccoli feudi.
Ma il fiume ha detto di più. Ne parlavamo già domenica scorsa, molti altri ne hanno detto e scritto anche meglio in questi giorni: serve una politica oltre l’emergenza, serve un uso del territorio che sappia prevedere gli effetti di un’antropizzazione eccessiva, serve una pianificazione urbanistica capace di evitare una costante e pericolosa cementificazione. E mentre si progetta, speriamo, questo futuro c’è bisogno di risorse per riparare ai danni del passato, per mettere in sicurezza innanzitutto i fiumi. Tantissime risorse: soldi che non si vedono, elettoralmente parlando, eppure vanno trovati e investiti, con il coraggio di farlo comprendere ai cittadini. Perché l’assenza di interventi – come dimostra il caso dell’Autorità di bacino del Serchio di cui parliamo a pagina 3 – prima o poi presenta il conto. Più pesante e più drammatico e con un surplus di dolore e sofferenza.
Scriveva testualmente tre giorni fa il professor Salvatore Settis, negli auspici per il 2010, rivolgendosi alla classe politica che la guiderà: «La Toscana non può accontentarsi del “meno peggio”; non può affidare la propria politica del paesaggio, come troppo spesso è stato, a soluzioni compromissorie, mescolando ammiccamenti a chi vuol tutelare e cedimenti a chi intanto va devastando. Deve scegliere e indicare la propria strada, con massima consapevolezza e ambizione: per rispondere alle aspettative dei cittadini (qui, più e meglio che altrove, spontaneamente raccolti in reti di Comitati locali), ma soprattutto per rispettare se stessa, la propria tradizione e il proprio futuro”.
Parole da sottoscrivere in pieno. Da indicare come faro per chi governa. E come monito per i piccoli e grandi interessi che bussano alla porte dei palazzi del potere.
SABATO, 02 GENNAIO 2010
Le colpe. Cemento, così fan tutti.
di MASSIMO PAOLI
Alla fine la natura avrà anche fatto la sua parte nel determinare il disastro del Serchio e i conseguenti allagamenti. Ma credo sia evidente a tutti che il tema vero posto dalle pressioni naturali di questi giorni sia il sostanziale abbandono della manutenzione dei suoli e delle infrastrutture idrogeologiche (fiumi, laghi ecc.). Non è sinceramente accettabile che un acquazzone, pur intenso e particolare (in ogni caso non di certo un “Katrina”), non appena duri più di un paio di giorni faccia cadere argini, allaghi aree industriali con centinaia di milioni di euro di danni, rovini la vita a centinaia di persone. Stavo per dire, nel 2009 non è accettabile, ma ormai siamo nel 2010 e allora lo è anche meno.
Diciamo la verità l’unica politica veramente bipartizan di questo paese è sempre stata solo quella che riguarda la cementificazione dei suoli e dei territori, l’abbandono, i condoni e le altre amenità che accompagnano la devastazione dei suoi assetti idro-geologici. Non voglio dire che i comportamenti tenuti sono tutti uguali, a livello nazionale il centro destra è largamente in vantaggio nel virtuale “premio Attila” che potremmo assegnare. Ma a livello locale, pur non condividendo certi estremismi “verdi”, si deve ammettere che anche la Toscana, se mai lo è stata, oggi non è più per niente “felix”.
Ovviamente viene da pensare a cosa diavolo ci stanno a fare le autorità preposte al controllo e alla manutenzione idro-geologici e tra queste spiccano per incomprensibilità del mandato, o meglio, per incomprensibilità dell’interpretazione di tale mandato, i consorzi di bonifica che riscuotono una sempre più discussa e discutibile tassazione mirata alla conduzione idro-geo-dinamica dei suoli.
Ce la potremmo cavare dicendo, come in molte-troppe altre occasioni, che in realtà mancano le risorse, ma se penso a quell’argine del Serchio venuto giù come se fosse di burro e se ricordo che solo poche settimane or sono si è cominciato a prospettare la messa in sicurezza idro-geologica della città di Pisa e dei comuni confinanti decidendo finalmente di avviare il progetto di riassetto dello scolmatore dell’Arno, che da qualche decennio ha la sua foce completamente interrata, mi viene da pensare più semplicemente che la manutenzione del territorio non porta voti e perciò “merita” disattenzione.
Ma non si può nemmeno crocifiggere solo la classe politica, perché questo è un tipico tema di cultura democratica generale. Quando si parla di attenzione alle problematiche degli equilibri idro-geologici dei suoli, i cittadini normali, la cosiddetta società civile che fine fa? Non posso dimenticare i “dollari agli occhi” dei mille piccoli proprietari pronti ad allargare le loro casette del fatidico 20% in più (anche se in territori delicati), non posso dimenticare la spinta costante che deriva dagli abusi, non di pochi, non di alcuni reietti, ma abusi di massa che cementificano i corsi d’acqua, che disboscano, che trasformano annessi agricoli in casali dai cubaggi spaventosi, che sconfinano nelle aree di esondazione, che mettono a rischio di frana intere colline. No, non è soltanto la classe politica ad essere sotto accusa in questi momenti, lo siamo tutti. Un “tutti”, però, che per una volta non deve e non può trasformarsi in “allora nessuno”. Ci vuole una nuova consapevolezza ambientale. Dobbiamo farci entrare nel DNA culturale un principio, semplice quanto rivoluzionario, l’economia insostenibile ci porta all’insostenibilità dell’economia, dobbiamo abolire i modelli di sviluppo scellerati, distruttori delle risorse non facilmente ricostruibili proprio come gli assetti idro-geologici.
GIOVEDÌ, 31 DICEMBRE 2009
Sott’acqua. Il cemento facile.
di FURIO COLOMBO
È molto raro che due valanghe cadano nello stesso punto in poche ore, hanno detto gli esperti commentando la disgrazia della Val Lasties, dove tre giorni fa è stata travolta un’intera squadra del Soccorso Alpino che era andata a cercare escursionisti appena ingoiati da una prima valanga.
Giù in pianura, per esempio in Toscana, pericolose coincidenze del genere sono meno improbabili. Anzi, a volte, organizzate con fervore e persuasione da alcuni sindaci, dal vertice della Regione, dal Governo centrale.
È vero che uno dei sindaci (di Orbetello) a Roma è il ministro di tutti i lavori possibili e impossibili dal ponte di Messina alla ormai celebre “Spaccamaremma”, la lunga colata di cemento lungo il mare progettata per sventrare paesaggi unici al mondo e per offrire scorrimenti salutari e veloci lungo spiagge che diventeranno sottoponti da Bronx.
È anche vero che il patto d’ acciaio fra la fiera sinistra di Governo della Regione e l’ imperiale centrodestra insediato a Roma impedisce qualsiasi infiltrazione di obiezioni, resistenza, buon senso.
Ma all’altra infiltrazione – quella dell’acqua che esonda da fiumi e laghi e sta travolgendo parti della Toscana con fuga di cittadini e danni immensi – non si è prestata la necessaria attenzione.
E nessuno, mentre disegnava e ridisegnava tutte le curve malevole del cosiddetto “ corridoio tirrenico”, per essere sicuro della memorabile portata del danno, ha pensato, anche solo nel tempo libero, alla prevenzione. E adesso il fiume Serchio è incontenibile e il lago Massaciuccoli incombe sugli argini.
L’invocazione, dei cittadini mentre scriviamo, è «mandateci almeno i sacchetti di sabbia».
Non è passata più di una settimana da quando, congiuntamente, il ministro di tutti i lavori con finanziamento e cantiere e il Presidente della Regione, dunque difensore dell’integrità paesaggistica, naturale, turistica della Toscana hanno dato lo storico annuncio: «Evviva, si comincia. Aperto il primo cantiere del corridoio tirrenico».
Non è passata una settimana ed ecco come risponde ai giornalisti, che chiedono spiegazioni sul disastro delle inondazioni, l’assessore alla Protezione Civile della Provincia di Pisa Walter Picchi: «E’ molto semplice. Il Governo non ha finanziato il piano di bacino e i progetti per gli argini, pronti da quattro anni».
E l’ assessore regionale alla difesa del territorio Marco Betti, precisava: «Una nuova inondazione sarà catastrofica perché acqua e fango raggiungeranno il Lago Massaciuccoli che a sua volta tracimerà, allagando parte della Versilia con danni incalcolabili».
«Lo Stato è con voi. Fate quello che dovevate fare», ha ammonito il capo della Protezione Civile Bertolaso. Rincuora. Ma di quale Stato sta parlando?
Se si riferisce al ministro dell’Ambiente, la signora è in vacanza. Ma prima di andare in vacanza ha lasciato scadere tutti i contratti di esperti e ricercatori dell’ISPRA – l’Istituito Superiore dell’Ambiente – soprattutto i contratti degli scienziati impegnati negli studi sull’acqua. Invano si sono accampati sul tetto dell’Istituto a Roma. Le vacanze sono vacanze. I contratti scadono e il ministro non c’è.
Se invece Bertolaso parla del ministro delle Infrastrutture lui, insieme con tutto il vertice transpartitico della Regione, ha da fare nei cantieri aperti a sud di Livorno.
I caselli a pagamento per transitare a velocità appositamente aumentata dallo Stato (in modo che aumentino anche i gas di scarico per residenti e villeggianti) sono più interessanti delle pur drammatiche esondazioni. Quelle, dai tempi della Bibbia, sono tutte uguali. E invece d’ incassare, costano. Specialmente se si fa prevenzione.
Ma la vita è breve e occorrono scelte coraggiose. Oggi l’ impegno virile (e lucroso) di costruire è tipico di un vero uomo e di un vero leader politico, come in altri tempi, era il partire per la guerra. Anche allora si lasciavano indietro i deboli e i pacifisti. Gente inutile, come le mille chiacchiere sulla “Spaccamaremma”. Quella si fa e basta.
GIOVEDÌ, 31 DICEMBRE 2009
La Toscana rispetti se stessa
di SALVATORE SETTIS
Il 2010 segnerà anche per la Toscana un cambio al vertice dell’amministrazione regionale: è dunque il momento di fare una breve considerazione e qualche auspicio. Per la sua storia e la sua civiltà, la Toscana ha il dovere, verso i suoi cittadini e verso il mondo, di preservare con cure specialmente attente lo straordinario, delicatissimo patrimonio di valori ambientali, paesaggistici, urbani. In Toscana meglio che altrove è possibile cogliere l’intima unità del patrimonio culturale col paesaggio, la diffusione capillare di opere d’arte e monumenti fin nelle più remote pievi di campagna, la secolare costruzione di un orizzonte di civiltà e di bellezza che fino a qualche decennio fa appariva spesso inalterato.
Dalla Toscana, in un momento di svuotamento progressivo dello Stato sotto le irresponsabili spinte della Lega e nella colpevole inerzia delle (mancate) opposizioni, abbiamo il diritto di attenderci, come Italiani, la costruzione di un modello integrato di conservazione per lo sviluppo, che possa servire da esempio-guida per il resto d’Italia. In questi anni di crescente degrado della cultura civica e di assalto ai valori della Costituzione, la Toscana ha “retto” meglio di altre regioni italiane (come la Sicilia o il Veneto) alle pressioni di speculatori senza scrupoli e alle spietate cementificazioni. Meglio, o sarebbe più giusto dire “meno peggio”.
Ma la Toscana non può accontentarsi del “meno peggio”; non può affidare la propria politica del paesaggio, come spesso è stato, a soluzioni compromissorie. Deve scegliere e indicare la propria strada, con consapevolezza e ambizione: per rispondere alle aspettative dei cittadini, ma soprattutto per rispettare se stessa, la propria tradizione e il proprio futuro. Il mio auspicio per il 2010 è che la nuova amministrazione regionale sappia cogliere l’importanza e la pregnanza di questa sfida: un’occasione che la Toscana non può perdere.
DOMENICA, 27 DICEMBRE 2009
Ambiente. Una Regione troppo fragile.
di ROBERTO BERNABÒ
Certo c’è l’eccezionalità del mix pioggia intensa, neve che si scioglie, mare alto, dietro questi giorni terribili. Ma l’eccezionalità è ormai una costante.
E allora se intorno a Natale migliaia di persone sono costrette a lasciare le proprie case, altrettante a vivere con l’angoscia del fiume dietro l’angolo che rischia di travolgerle o della frana che se le può inghiottire; se strade su strade sono chiuse e addirittura si blocca l’autostrada Livorno-Genova; se ogni inverno tutto questo si ripete da decenni, quando non sono i temporali estivi a fare altrettanti danni – vi ricordate il 1996, la madre di tutte le alluvioni del dopo Arno, che portò morte e distruzione in Versilia – beh, forse dovremo convincerci che c’è qualcosa di più. Che anche in Toscana c’è stata un’urbanizzazione pesante, concentrata, poco equilibrata. Per carità, niente a che vedere con altre regioni del nostro paese, con le terre dell’abusivismo selvaggio. Ma troppo si è costruito con poca attenzione a un territorio che è naturalmente fragile, alle regole minime di sostenibilità nel rapporto con fiumi, boschi, campagne.
L’edilizia è il motore dell’economia ed è importante che marci. Anzi che presto riparta. Ma in questi anni occorreva puntare di più su recupero e ristrutturazioni urbanistiche di centri città che invece sono stati abbandonati, lasciati spesso al degrado e alla povertà di servizi oppure a una rendita immobiliare legata al turismo che ha espulso i residenti. Si è diretto così lo sviluppo nella costruzione di cinture di nuovi quartieri, di interi paesi comparsi quasi dal nulla. E la stessa cosa è avvenuta per le aree industriali cresciute senza concertazione tra territori vicini.
Così, casa dopo casa, fabbrica dopo fabbrica, strada dopo strada, il risultato è un’antropizzazione sempre più pesante, una sottrazione costante e progressiva di aree verdi, un territorio sempre più incapace di assorbire le piogge. Forse varrebbe la pena ragionarci, tra un’emergenza e l’altra prossima ventura.
[Foto: Livorno, Terrazza Mascagni | "Una giornata di pioggia e di sole" di Eric Perrone]

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