In viaggio con Rossi. Il ritardo che fa onco e il test della cintura

10 mar 2010

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I ritardi che fanno onco "perché son mancanza di rispetto" e il test della cintura. In viaggio con Enrico nel suo giro della Toscana...

C’è un guaio a fare una campagna elettorale con Enrico Rossi: l’uomo non tollera i ritardi. I suoi, soprattutto. Resiste a quasi tutto – alla stanchezza, alla fame, alla lettura di un libro mentre l’auto zigzaga verso Larderello – ma non sopporta il fatto di arrivare in ritardo agli incontri, agli eventi e insomma a tutto ciò che c’è in agenda.

Mi fa onco. Essere in ritardo mi fa onco, queste cose non si possono fare di fretta. E’ anche una mancanza di rispetto, via”, è capitato di sentirgli dire al telefono con l’amico-collaboratore Libero Dallacravatta.

[Mi fa onco= “mi fa schifo”, “mi provoca disgusto”, etc. Nel dialetto pisano si utilizza anche l'espressione “fa onco a' bai”, cioé ai bachi, ma non l'abbiamo mai sentita in bocca a Rossi].

osservando una fonte geotermica

Enrico Rossi davanti ai soffioni di Larderello

I ritardi sul programma di marcia hanno molteplici effetti su Rossi e le sue giornate. Per esempio, i pranzi e le cene spesso finiscono al primo piatto (lunedì sera, a Nodica, nel pisano, siamo riusciti a mangiare i due primi previsti dal menù e Fabrizio, l’autista, è uscito dal circolo Arci che ci ospitava urlando “miracolo”).

Eppoi, per i bisogni fisiologici ci si ferma soltanto se sono incontenibili, altrimenti si tira a diritto fino al prossimo appuntamento in agenda ché – dice sempre con un sorriso veloce- “un bagno ci sarà, no?”.

Cena al Circolo Arci Vasca Azzurra di Nodica in Vecchiano

Cena al Circolo Arci 'Vasca Azzurra' di Nodica in Vecchiano

Ma la conseguenza più temibile dei ritardi è che Rossi si innervosisce. Non ne risente immediatamente. Diciamo solo quando il ritardo inizia a superare il quarto d’ora/venti minuti e quando si rende pienamente conto che un ritardo ne crea e ne allunga un altro. Ma se Rossi arriva a questo punto di “ebollizione”, lo si capisce subito, appena rimonta in macchina.

C’è una prova infallibile per certificare l’incazzatura e il suo livello: il test della cintura. Se, risalendo in auto, tira la cintura di sicurezza come se fosse una fune e cerca di agganciarla furiosamente, allora significa che si è innervosito e che sta per partire una telefonata di sfogo a Libero. Se invece rimonta in auto non dicendo nulla o sospirando “Ohimmena” o qualcosa come “Che vita randagia” (è successo una volta a Livorno, e sinceramente il tono era da James Dean del padule di Bientina), allora vuol dire che è tranquillo, soddisfatto, contento.

E che si riparte, magari cantando.
(continua…)

[foto di Laura Lezza]

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