Perché ho accettato di candidarmi

26 dic 2009

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"Il futuro è un tempo che nasce dalle nostre scelte". Ecco il discorso con cui ho accettato a candidarmi alla presidenza della Regione Toscana

Di seguito il testo del discorso pronunciato il 19 novembre 2009 per l’accettazione della candidatura alla Presidenza della Regione Toscana.

Care amiche, cari compagni,

accolgo con soddisfazione, con orgoglio ma non senza preoccupazione l’invito che mi arriva dall’assemblea di oggi a candidarmi alla carica di Presidente della Regione Toscana.

Vorrei intendere la convergenza sul mio nome come il frutto di uno scatto di autorevolezza della politica che, in una situazione di crisi come quella che stiamo attraversando, getta via la polemica inutile, la confusione, gli interessi personali, di parte o di corrente anteposti a quelli collettivi. Vizi per i quali la politica si deprezza da sola e suscita nell’opinione pubblica crescente indifferenza.

Ora, però attenti a non perdere questa autorevolezza conquistata, attenti alle troppe anticipazioni sui giornali ed ai pronunciamenti locali dei partiti in merito alla futura Giunta. Credo che si debba rifiutare questo giochino dei nomi che la stampa alimenta. E’ tutto assai prematuro, ogni nome adesso è prematuro. La Giunta si farà solo dopo che avremo vinto. Anche scaramanticamente prima bisogna vincere e parlarne ora porta male. Io invito tutti al lavoro politico, a partecipare alla costruzione di una proposta per la nostra Regione, ad impegnarsi per ottenere un risultato elettorale straordinario. E oggi è una verifica del nostro grado di unità e compattezza. Mi auguro prevalga il bene del nostro partito.

Il prossimo appuntamento sono le primarie, ed è davvero stupefacente che una legge voluta da tutti, compreso la Pdl, per selezionare democraticamente i candidati venga usata solo da noi e dalla Sinistra ecologista. Ma ancora più singolare è il fatto che, da quelle stesse forze che non usano le primarie, anche perché a decidere sono in pochi, magari con qualche telefonata da Roma, venga un attacco non tanto a noi ma ad uno strumento democratico a disposizione di tutti, e in primo luogo dei cittadini.

La convergenza raggiunta sul mio nome è stata possibile perché il partito si è presentato unito ed ha scelto rapidamente e perché alcuni colleghi di Giunta hanno dimostrato un alto senso di responsabilità. Ma vorrei considerare questa scelta anche come il frutto di un lavoro che il Presidente Martini mi ha incaricato di svolgere per due legislature nella sanità. Oggi posso mettere questa esperienza importante al servizio del cambiamento nel governo di questa Regione.

Il nodo che abbiamo davanti è la crisi economica e lo sviluppo della Toscana.

Prima di tutto voglio partire da un esempio, da una situazione che ho avuto modo di vedere da vicino proprio in queste ore, ovvero gli incontri con i lavoratori di Eutelia di Arezzo e di Answer a Pistoia.

Noi siamo consapevoli che l’attuale crisi è frutto dell’impazzimento delle politiche liberiste praticate a livello globale. Nella nostra Regione, i 600 lavoratori della Answer ed i 150 di Eutelia sanno che il loro futuro, la loro vita e quelle delle loro famiglie sono nelle mani di una società con sede in Lussemburgo e con propagazioni fino alle Isole Vergini, che agisce in base a meri interessi finanziari nel disprezzo del valore del lavoro e della dignità delle persone.

Nel momento in cui ci impegniamo a trovare soluzioni possibili per salvare i posti di lavoro e le imprese, dobbiamo anche dire forte che questo capitalismo non ci piace. Noi siamo per un mercato regolato, per un nuovo compromesso democratico tra capitale e lavoro, dove domina l’economia reale, i bisogni ed i prodotti dei lavoratori e delle imprese, prima di quella finanziaria.

Sviluppare questa capacità critica verso l’esistente e prefigurare un futuro diverso, più giusto e più umano, ma anche più democratico, è il nostro mestiere, della sinistra. A me pare che questo bisogno di prospettiva e di idealità sia molto diffuso, anche tra quei lavoratori, e prima di tutto tra loro, che la crisi fa soffrire e in qualche caso spinge persino ai margini.

Come ha ricordato il Presidente Martini nel recente Consiglio regionale dedicato alla crisi economica, questa colpisce soprattutto le regioni più industrializzate come è il caso della Toscana. Calano produzione, export, investimenti, occupazione. Tra il 2008 e il 2010, 60.000 unità di lavoro sembrano destinate a scomparire.

La crisi investe tutti i settori. Nessuno si salva: industria, artigianato, servizi, commercio, agricoltura. Soffrono soprattutto le piccole imprese e l’artigianato.

Di questo passo la società toscana si impoverisce e si approfondiscono le diseguaglianze. Nella nostra Regione fa impressione pensare che lavoratori senza stipendio ed in cassa integrazione siano costretti a rivolgersi ai servizi di assistenza per sbarcare il lunario.

A questa situazione, con il Presidente Martini, abbiamo reagito con una straordinaria ampiezza e profondità di provvedimenti. Per la loro tempestività e consistenza la Toscana risulta tra le regioni italiane più attive. Sul versante degli ammortizzatori sociali ogni iniziativa è stata garantita: cassa integrazione, contributi alle famiglie in difficoltà, aiuti ai disoccupati, ai contratti di solidarietà, ai precari. Sostegno importante e spesso decisivo nelle vertenze in corso.

Inoltre la Regione si è impegnata per agevolare l’accesso al credito da parte delle imprese, dei professionisti, dei lavoratori atipici.

Abbiamo dispiegato una quantità notevole di investimenti che possono dare un impulso alla ripresa. Penso ai progetti urbanistici per le città, al piano casa, ai progetti nel campo delle infrastrutture viarie, ospedaliere, ed energetiche. E ancora, la Toscana è la Regione dove, grazie al bilancio in pareggio della sanità, si paga meno Irpef e Irap. Per spiegarmi: solo 16,3 di addizionale pro-capite contro i 180 del Lazio, i 67 della Emilia Romagna, i 52 del Piemonte, i 45 della Lombardia, i 23 del Veneto, e in qualche caso anche con i ticket sanitari raddoppiati.

C’è una politica a tutela dei più deboli, a sostegno del credito e degli investimenti, e ci sono tasse più basse che altrove. La Giunta regionale sta facendo tutto questo. Io penso che dobbiamo rivendicare con orgoglio questa politica durante la campagna elettorale. Dobbiamo farlo senza timori, senza paura e timidezze, per il fatto di avere governato bene la Toscana.

Tuttavia non basta. Dobbiamo guardare oltre, e non farci schiacciare sulla dittatura del presente.

Non si può infatti rispondere solo alle attuali difficoltà. Dobbiamo rischiare e assumere la responsabilità di indicare alla società toscana un progetto per il futuro. E’ questo il compito di una politica veramente nobile.

Tutte le analisi più razionali di cui disponiamo, ci raccontano una Toscana che ha un passo lento e che fa fatica a rilanciarsi e che, anche in una fase di ripresa, avrebbe comunque uno sviluppo stanco ed a bassa crescita.

Con una prospettiva simile, la Toscana arriverebbe in tempi non lunghi ad un punto in cui non sarebbe più capace di produrre risorse adeguate al finanziamento del proprio modello sociale. Io penso che dobbiamo rifiutare questo destino in nome di quegli stessi valori e di quelle pratiche di qualità della convivenza, di equità, di tenuta ambientale, di gestione corretta del territorio e di benessere diffuso che complessivamente hanno caratterizzato lo sviluppo della Toscana dagli anni ’50 ad oggi.

Dunque, se vogliamo reagire e non solo resistere, abbiamo bisogno di una svolta nel modo di pensare, di trovare soluzioni nuove e non scontate, anche mettendo nel conto momenti di rottura e ripartenze nel nostro stesso blocco sociale di riferimento. Il patrimonio, anche quello politico, messo da parte finora non è al sicuro per sempre. E io avverto, in ogni settore, il pericolo che prevalga la tentazione di un rigonfiamento della rendita, che finirebbe per distruggere quei valori politici, ambientali, sociali e persino morali a cui facevo riferimento.

Una crescita lenta non mette al riparo il nostro paesaggio da uno sviluppo di bassa qualità; significa stagnazione e scarsa mobilità sociale e, quindi, una società più impaurita ed esposta all’individualismo egoistico, alla ricerca di scorciatoie e di furbizie. Alla lunga anche noi, anche la politica ne resterebbe pervasa.

Sono convinto che il fatto di rifiutare una simile prospettiva di declino, se noi del PD lo facciamo tutti insieme, sia già un contributo per andare in una direzione strategica diversa e per mobilitare energie e forze dinamiche presenti nella società. Credo che la fatica più grande per le Istituzioni sia di fare il primo passo e di svolgere adesso un ruolo centrale per ricreare in questa Regione aspettative e fiducia di crescita per il futuro.

In termini generazionali, si potrebbe dire che è compito nostro impedire che sui nostri figli ricada quel punto di rottura tra scarsità di risorse e modello di benessere diffuso e di equità sociale. Dobbiamo correre di più per consegnare in corsa il testimone ad una nuova generazione.

Dovremo specificare questa nostra ambizione punto per punto in una programma analitico. Lo faremo ascoltando le forze politiche alleate e, soprattutto, ascoltando la società toscana, chiamandola a dare un contributo a questa prospettiva. Con le forze politiche la verifica deve essere rigorosa ed anteposta ad ogni accordo di cartello.

Ma intanto la prima domanda è se condividiamo o meno il nodo problematico. Ed a questa tutti siamo chiamati a dare una risposta.

Ora vorrei solo limitarmi ad individuare alcuni, e non esaustivi, assi politici su cui sviluppare la discussione.

A me convince l’idea di mettere al centro il lavoro, le risorse umane, la capacità di innovare e produrre. E ciò è in sintonia con la storia di questa Regione e con la sua migliore tradizione manifatturiera, che deve essere preservata e rilanciata.

Insieme al lavoro, dobbiamo mettere al centro l’individuo ma anche i gruppi di interesse, le imprese, le istituzioni, che investono su se stesse, per acquisire conoscenze, per scommettere sul proprio futuro. Insomma spostare sempre di più il nostro intervento da una dimensione riparativa verso quella di chi vuole investire sulle risorse umane, sulla professionalità, che è la vera grande risorsa di una comunità.

Lo so che si sta facendo, ma provo a spiegarmi meglio: noi non possiamo promettere un lavoro fisso, ma perché non sostenere, più di quanto non si faccia oggi, un giovane precario che decide di presentare un progetto di investimento su stesso, o un’impresa che vuole inviare all’estero le sue maestranze per un periodo di approfondimento nel proprio settore? Parlo di progetti che, insieme all’aumento delle conoscenze, abbiano anche obiettivi precisi e riscontrabili.

Porto un esempio: nel campo della ricerca farmaceutica e biomedica, la Toscana ha copiato e tradotto in dimensione regionale quanto avviene negli Stati Uniti ed in altri Paesi avanzati, e così per quanto riguarda la valutazione delle performance sanitarie.

E’ possibile allora investire su individui e gruppi che facciano altrettanto per andare a verificare all’estero i punti di eccellenza dei vari settori, capirne le determinanti e l’organizzazione, e poi riprodurre qui da noi l’innovazione di cui abbiamo bisogno per essere competitivi? E questo vale per tutti, per i singoli, le imprese, i privati, ed il pubblico.

Facciamo un altro esempio: l’immigrazione. Quale istituzione ha studiato approfonditamente quanto è avvenuto nei Paesi che hanno dovuto affrontare prima di noi il fenomeno negli anni passati, io dico in modo analitico, per evitare il peggio e prendere il meglio di queste esperienze? A me sembra che solo la Caritas anche da noi compia studi di un certo valore. Ma il discorso può valere per tutti i settori, e penso ci siamo capiti: può valere per l’università, che in questa regione deve essere riformata, per il sistema museale e culturale, per l’ambiente, per ogni comparto produttivo e dei servizi, pubblico e privato.

Propongo che parte delle risorse disponibili nei vari strumenti di intervento per il lavoro, siano convogliate in un fondo per il buon lavoro, per supportare esperienze di mobilità, progetti e studi che collochino veramente la Toscana al livello delle esperienze più avanzate in campo internazionale.

Per questo serve un ruolo più forte ed attivo delle Istituzioni, l’opposto dell’esaltazione del mercato privato come unico risolutore di tutti i problemi.

Ed in questo nuovo ruolo delle Istituzioni, dobbiamo valorizzare i casi di successo a livello individuale o di impresa, che pure in Toscana non mancano, e che noi rischiamo di ascoltare poco, di conoscerne poco i bisogni e di accoglierne ancora meno i suggerimenti. In una parola, si deve tenere più in considerazione il merito, sia individuale che di gruppo. Se vogliamo dare una svolta allo sviluppo della Regione, insieme al lavoro, dobbiamo mettere al centro un’idea di individuo responsabile che investe su se stesso impegnandosi per gli altri. Non è un’idea elitaria: un individuo che investe su se stesso per gli altri è anche un giovane, che nel tempo libero, segue corsi di formazione per fare soccorso di qualità nel 118. Al pari di una giovane, che decide di andare a fare ricerca all’estero per qualificarsi e che poi vorrebbe tornare in un ambiente disposto ad accoglierla e valorizzarla. Capita che spesso sia la stessa persona.

L’altro punto su cui volevo avanzare una prima ipotesi di lavoro riguarda infatti i giovani. Lo scarso dinamismo della società toscana dipende in buona misura dal loro mancato coinvolgimento nella vita sociale, economica e politica. I giovani hanno mediamente stipendi più bassi rispetto al passato, non dispongono di risorse per mettere su casa e famiglia e di questo passo rischiano di avere anche un grave problema pensionistico. Noi dobbiamo invece rendere la Toscana una Regione dove si può scommettere sul proprio futuro, dove ci sono condizioni di eguaglianza e pari opportunità, dove vengono premiati i risultati, chi si impegna e chi merita.

Finora ho sentito solo una proposta concreta e non paternalistica, quella del Senatore Livi Bacci, per istituire un fondo specifico rivolto all’autonomia dei giovani, che incentivi la creazione di famiglie, di vite autonome e percorsi professionali qualificati. Potrebbe essere un fondo che si rialimenta perché restituito nel corso della vita, diverso però dal prestito di altri Paesi (come gli Stati Uniti), dove sanità e istruzione superiore sono quasi esclusivamente a carico dei singoli.

Chi se ne intende dice che l’obiettivo potrebbe essere far scendere a 25 anni l’uscita media dalle famiglie di origine. Non ci sarà mai dinamismo in una società come la nostra in cui si aspetta fino a 30 anni per essere indipendenti.

Il terzo punto riguarda la sanità ed il sociale e, in particolare, l’assistenza agli anziani. Se ci sforziamo di pensare diversamente, potrebbe assumere una nuova dimensione, diversa da quella di una strada senza uscita come la dipinge il pensiero della destra, nemica dello stato sociale. Noi abbiamo dimostrato che si può contenere la spesa sanitaria ed erogare buoni servizi, consentendo anche di intervenire fino al 2010 con un fondo a favore della non autosufficienza.

Bisogna provare a guardare alla terza età in termini meno passivi e di maggiore offerte di opportunità. Sta andando in pensione una generazione come quella del ’68 che ha avuto una grande mobilità sociale e, almeno una parte non banale di essa, redditi medio-alti. Perché non pensare di valorizzare meglio le potenzialità di questa fascia di età, e sviluppare una risposta alla non-autosufficienza che incombe dopo i 75 anni, anche attraverso soluzioni innovative di auto-copertura finanziaria ed assicurativa? Questo potrebbe anche incrementare un mercato sociale delle prestazioni e bonificare un’ampia area di lavoro nero e di sfruttamento della manodopera immigrata.

L’ultimo punto che vorrei trattare riguarda la pubblica amministrazione in Toscana e la sua riforma. E’ questo un tema di grande sensibilità politica e di grande contenuto per lo sviluppo della Regione. E’ di sensibilità politica, perché una parte dei cittadini e del mondo del lavoro, anche a tratti ingiustamente al seguito di una propaganda populista, avverte i lavoratori pubblici e la pubblica amministrazione come nemica dello sviluppo quando non proprio una palla al piede ed una mera gabella.

Se questo divario si approfondisse, una forza come la nostra rischierebbe di restarne travolta.

E’ però anche un tema di grande contenuto per lo sviluppo della Regione perché senza una pubblica amministrazione più efficiente e rapida non sarebbe possibile contrastare un periodo di bassa crescita economica.

In sanità siamo stati capaci insieme di riorganizzare il sistema, razionalizzando, ponendo al centro la qualità, il cittadino, trovando la dimensione di scala per i servizi. Credo che dobbiamo farlo con più decisione anche per tutti gli altri settori pubblici. A queste condizioni la sanità è diventata un volano per lo sviluppo: così io propongo avvenga anche per il resto della pubblica amministrazione. Occorre un patto tra la Regione, le Province ed i Comuni della Toscana che ha per obiettivo concreto la riduzione dei costi, una percentuale all’anno sulle spese gestionali al netto dell’inflazione, da fissare e perseguire con realismo e determinazione, mettendoci alla prova.

Senza rimettere in discussione l’attuale assetto delle competenze, che richiederebbe tempi lunghi, io penso che si possano favorire collaborazioni a livello di area vasta e processi di aggregazione dei Comuni. Non si parte da zero perché un lavoro importante è già stato fatto. Credo che bisogna correre di più, promuovere il cambiamento incentivando chi si muove in questa direzione e penalizzando chi resiste. Ciò che risparmieremo in questo processo di contenimento delle spese gestionali propongo che venga impiegato per investimenti e per migliorare i servizi alla persona.

E’ vero che la nostra Regione è frutto di una ricchezza e di una varietà di storia, di luoghi, di tratti culturali. Ma se è altrettanto vero che la competizione oggi è globale, noi all’interno di questa siamo in fondo una città di medie dimensioni che deve dotarsi di adeguati strumenti di governance se vuole sfruttare al meglio le proprie specifiche potenzialità e costruire relazioni significative con il resto del mondo.

Finora abbiamo parlato di sviluppo, ma è evidente che la crescita non si misura solo con il PIL, ma anche con la democrazia, la libertà e la coesione sociale.

Per noi come dice Amarthya Sen, lo sviluppo ha senso solo se è un processo di espansione delle libertà reali di cui godono gli essere umani.

Mi fermo qui, consapevole di aver tracciato un quadro parziale di analisi e di possibili riferimenti; non sono entrato nel merito di questioni importanti come ambiente, infrastrutture, turismo, energia, cultura, ed altro ancora. Il programma concreto dovrà essere discusso ed approntato nel corso della campagna elettorale. Mi interessava piuttosto dare il senso della svolta di cui abbiamo bisogno.

La vita si presenta concretamente sempre densa di contraddizioni e così anche questo nostro passaggio politico. Per costruire il futuro della Toscana, per tenerla nel novero delle Regioni più evolute del mondo, c’è bisogno di un’ambizione enorme e della modestia e dell’impegno quotidiano.

Forza e coraggio, amiche e compagni.

Enrico Rossi

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